L’Agonia Del Movimento Animalista

Dai libri di storia si deduce che nell’arte della guerra per fiaccare e vincere il nemico è necessario frammentare ed isolare le sue forze. In questo modo forze di più modesta entità sono in grado di attaccare e gradualmente sconfiggere il nemico.

Anche i sassi sanno che “l’unione fa la forza,” ma di questa logica vecchia quanto il mondo sembra che l’arcipelago animalista non vuole trarne insegnamento.

Solo in Italia vi sono circa 800 associazioni in qualche modo interessate al problema degli animali e dell’ambiente. Un esercito di gente isolata che si muove come in un’immensa diaspora senza la possibilità di diventare una reale forza sociale in grado di far riconoscere i diritti della causa in cui crede. L’assenza di una vera forza unificante va sicuramente attribuita alla mancanza di una guida carismatica; alla mancanza di mecenati e quindi di fondi, ma soprattutto va attribuito alla responsabilità delle grandi associazioni animaliste che si rifiutano di uscire dallo logica dell’orticello per entrare nell’ottica del movente che è quello del bene degli animali, della natura e, di conseguenza, dello stesso genere umano.

C’è in atto una vergognosa e congenita gelosia del proprio simbolo, dei proprio operato, dei propri obiettivi come nel terrore di non avere il monopolio o i diritti d’autore dell’iniziativa. Non solo manca la collaborazione di fronte ad obiettivi comuni ma vi sono associazioni che non aderiscono alle iniziative delle altre associazioni se non possono esporre le loro bandiere o se l’iniziativa non porta benefici alla loro associazione. Le grandi associazioni snobbano le piccole invece di cercare di aiutarle nella crescita o di porsi intorno ad un tavolo per cercare di dar vita ad un solo grande movimento animalista che raggruppi e rappresenti le istanze anche dei piccoli movimenti.

C’è chi è partito con sane intenzioni ma poi ha fatto della causa animalista un trampolino di lancio per le sue personali ambizioni. Vi sono associazioni la cui principale preoccupazione è di chiedere versamenti agli associati. E c’è anche chi strizza l’occhio a quelli dell’altra sponda. C’è chi è riuscito a fare dell’attività animalista una notevole fonte di guadagno che solo in parte utilizza a beneficio degli animali. C’è chi trova nell’associazione una professione, chi una poltrona, chi un’immagine e chi ancora un appagamento emotivo. C’è anche chi crede che per essere buoni animalisti basta portar da mangiare ai gatti o a cani randagi; chi darebbe la propria vita per il suo cagnolino e viene alle manifestazioni impellicciata e chi dopo un meeting per i diritti degli animali ingurgita pietanze a base di carne. Ma ci sono, per fortuna, (ma sono in pochi) quelli che si adoperano senza perdere di vista tutte le problematiche della causa.

Tutti questi personalismi non sarebbero gravi se a rimetterci non fossero sempre gli animali. In fondo, come diceva Platone, “siamo soltanto uomini”.Ma questa mancanza di coerenza e questa assurda frammentazione del mondo animalista, fa perdere di credibilità agli occhi della gente e ci fa escludere da qualunque palcoscenico dei mezzi di informazione. Nei dibattiti televisivi i rari elementi che avrebbero la possibilità di dibattere con efficacia su argomentazioni di cultura animalista e vegetariana vengono sistematicamente ignorati. Negli ultimi anni gli unici a parlare di animali in Tv sono gli stessi e sporadici presentatori, tipo Licia Colò, Paolo Limiti ecc. (meglio di niente) che fanno e dicono quello che le onnipotenti industrie alimentari, dell’abbigliamento, della chimica o della farmaceutica gli consentono senza rischiare il posto, dando, come si suol dire, un colpo al cerchio ed uno alla botte, cercando di non scontentare nessuno con la solita solfa (che è la politica più subdola e controproducente) che non bisogna essere estremisti, che è necessario rispettare le idee altrui, che occorre proteggere gli animali ma che è utile mangiare un po’ di tutto e così via.

In questo modo si sta consegnando la causa animalista (che è costata e costa lacrime e sangue a quanti da decenni lottano per i diritti degli animali) ai vari Piero Angela, Garattini, Marcelletti, Gargiulo ecc. i quali si guardano bene dal dire cose che potrebbero andare contro i loro stessi interessi o le direttive di chi li paga perché sanno che finché l’uomo sarà ammalato, cattivo ed ignorante avrà bisogno dell’apparato medico con il suo sconfinato esercito che vive sulle malattie della gente; ci sarà bisogno della Chiesa, che esiste per curare le malattie dell’anima, e di tutte le forze di polizia preposte a neutralizzare la cattiveria dell’uomo; cioè avremo bisogno dei centri di potere i quali cercheranno in ogni modo di sopravvivere impedendo il diffondersi di idee che possono mettere in pericolo la loro stessa esistenza.

Manca la consapevolezza che la causa animalista è la chiave di volta di un processo evolutivo esistenziale che può essere risolutrice dei grandi problemi del mondo. Non vi può essere pace finché l’uomo continuerà a convivere con l’idea del sistematico sfruttamento e massacro dei nostri fratelli animali; non vi potrà essere salute finché non sarà eliminata dalle nostre tavole il cibo che ci avvelena; non vi sarà miglioramento delle condizioni ambientali finché gli allevamenti intensivi inquineranno la terra, l’acqua, l’aria, causando  la distruzione delle foreste e la desertificazione delle terre coltivabili; non vi sarà soluzione alla fame nel mondo finché i paesi del Nord obbligheranno il Sud a produrre alimenti che servono ad ingrassare le nostre bistecche.

Ma noi siamo tiepidi e ci muoviamo solo in vista di vantaggi personali mentre dovremmo strapparci i capelli al solo pensiero che a due passi da casa nostra migliaia di nostri fratelli animali stanno agonizzando nelle camere di tortura dei laboratori di sperimentazione. Dovremmo inorridire all’idea che dietro l’angolo vi è, mostruosamente attivo, un campo di sterminio legalizzato, un mattatoio. E la cosa più grave è che la nostra coscienza rischia di assuefarsi ai meccanismi disumanizzanti della cultura antropocentrica volta dai centri di potere politico, medico e religioso. E mentre ci perdiamo in chiacchiere, in stupidi e sterili disquisizioni sui principi, centinaia, migliaia, milioni di creature innocenti vengono sacrificati senza possibilità di scampo perché quelli che dovrebbero tutelarli sperperano le loro risorse per curare il proprio orticello piuttosto che far fronte unico per l’esclusivo bene degli animali.

Ma se la causa animalista è ferita, se non riesce ad avere il peso e la dignità che le compete per essere incisiva, se non riesce a vincere nessuna battaglia (vedasi referendum contro la caccia) le responsabilità vanno sicuramente ricercate nell’ambito della politica individualista operata finora dalle grandi associazioni che pensano più a lustrare il proprio simbolo che a coordinare le forze nell’obiettivo comune.

E’ una vergogna giocare con la vita degli animali. Chi non è in grado di anteporre la “causa” alle proprie ambizioni personali farebbe meglio a non dichiararsi animalista. Chi non vuole uscire dal parzialismo darebbe maggior contributo facendosi da parte in modo da non danneggiare ulteriormente la causa animalista.

Noi siamo portatori di una nuova e etica che supera di gran lunga la morale cattolica che limita il sentimento dell’amore ai soli esseri umani. Noi che lottiamo contro ogni violenza e contro ogni disarmonia abbiamo l’obbligo di comportarci di conseguenza. Non possiamo depauperare le nostre forze nei personalismi di una politica suicida; non possiamo cadere nella trappola della frammentazione, che è quello che vogliono i nostri “nemici”: come ci giustificheremo davanti alla nostra coscienza e davanti alla Vita per aver barattato il nostro ideale con le nostre ambizioni?

Dobbiamo essere uniti, concordi, fraterni, determinati, perché da questo dipende non solo la nostra credibilità e la vita di milioni di nostri fratelli animali ma la possibilità di mettere le basi per un mondo migliore.

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