La Cultura Degli Ipocriti

Nulla come l’uso del mangiar carne evidenzia l’ipocrisia umana

Il venerdì che precede la Pasqua molti cristiani cattolici (per condividere la passione di Colui che fu tradito, torturato e ucciso nel modo più  crudele e disumano) usano fare “penitenza” sostituendo la consueta pietanza a base di carne con del pesce. Così, con la benedizione di santa romana chiesa, quella che doveva essere una astinenza dai piaceri della vita diventa il cambio di un pasto ancora più saporito e costoso.

Il nostro rapporto con gli animali e il nostro modo di alimentarci dimostra quanto, a volte, ognuno di noi sia profondamente ingiusto e incoerente con se stesso, con la sua coscienza e con il prossimo. Ciò che impedisce maggiormente ad ognuno di noi di superare i propri limiti e le proprie debolezze è la mancanza di volontà a rinunciare ai piaceri in genere ed in modo particolare ai piaceri della gola anche quando siamo consapevoli che questi vanno a discapito di noi stessi e della vita degli altri.

Se, nella mentalità comune, è considerato normale, giusto e lecito mangiare animali perché il “carnibale” nella stragrande maggioranza dei casi non ha il coraggio di uccidere da se stesso l’animale? Perché non ha il coraggio di vedere ciò che succede nell’inferno dei mattatoi? Perché non associa la bistecca all’angoscia e al dolore che causa la sua scelta? Perché non ha il coraggio di far assistere i propri bambini all’uccisione degli animali che amano? Se lo considerano un fatto riprovevole, raccapricciante (da nascondere perché crudele), perché può turbare, scuotere, terrorizzare, perché lo consente rendendosi complice? Può forse essere giusto e necessario ciò che è crudele e contro i sentimenti umani? Si tiene nascosta la verità perché i bambini senz’altro si rifiuterebbero di mangiare la carne, mentre i genitori sono convinti che, specialmente i ragazzi, hanno bisogno di cibarsi di quelle povere membra, mentre la realtà statistico-scientiifica dimostra il contrario. Ma molti genitori di questo non saranno mai sufficientemente convinti, dal momento che la Tv di stato, con i sui accoliti nutrizionisti e la sua politica da massaia, sciorina costantemente, in modo subdolo e martellante, il concetto che la carne è necessaria.

Conosco persone che alla vista diretta di un animale che soffre o all’immagine di un animale ferito, si ritraggono inorridite, disperate, si strapperebbero i capelli, mentre pronunciano la tipica e ipocrita frase “Non farmi vedere! Non farmi vedere!” e poi a tavola divorano, tranquillamente, lo stesso animale che hanno visto torturare. Se è moralmente lecito, naturale, giusto perché non organizzare gite turistiche per visitare i mattatoi, come succede per le aziende agricole per la conoscenza diretta della frutta e degli ortaggi? Se è lecito e giusto mangiare la carne degli animali perché la maggioranza delle persone rifiuta di vedere come vengono uccisi? E se non è né lecito né giusto perché si rendono responsabili di una pratica ritenuta moralmente illecita, ingiusta e crudele?

E di questa ipocrisia dominante e strisciante non si salva la maggioranza delle persone più in vista. Proviamo a chiedere ai massimi esponenti del sistema sociale che usano mangiare carne. Proviamo idealmente a chiedere loro se sono consapevoli che quel prodotto è il frutto di un’ingiustizia che ha causato dolore e morte ad un essere che voleva vivere e non essere ucciso e che per il piacere del loro palato è stato privato per sempre della vita. L’ipotetica risposta metterebbe in contraddizione il loro presunto impegno a favore della giustizia e della dignità umana. Ma anche coloro che pubblicamente sono impegnati per i diritti umani o esercitano la giustizia, sono consapevoli della loro incoerenza? Chi è più colpevole il mandante o l’esecutore di un delitto? In realtà chi mangia la carne ha ucciso indirettamente quell’animale.

Ma c’è un’altra politica: quella del “secchio sotto il buco del tetto”. Sembra che l’intento di chi gestisce la cosa pubblica non sia quello di eliminare le cause dei problemi ma quello di gestire in modo redditizio gli effetti prodotti dal meccanismo che li produce. L’imperativo è: attuare qualsiasi soluzione consentita purché non si tocchino le abitudini della gente e l’implicito ragionamento è il seguente: C’è la malattia? Creiamo più medicinali. C’è la violenza? Moltiplichiamo i punti di controllo. C’è l’inquinamento? Distribuiamo maschere antismog. C’è la piaga dell’aborto? Legalizziamolo. I giovani si drogano? Vendiamo la droga ai supermercati. C’è la guerra? Diamo un fucile a tutti. Ci sono i ladri? Ampliamo le carceri. I giovani par mancanza di ideali scoppiano di tensione? Costruiamo più stadi in modo che possano sfogarsi. E, come dice, ironicamente, il mio amico Valdo Vaccaro, “Per certa gente è molto meglio lasciare le cose come stanno, raddoppiare i consumi di carne, raddoppiare le stalle, raddoppiare i fast-food, raddoppiare i chirurghi, raddoppiare i trapianti… raddoppiare le onoranze funebri”.

Noi siamo complici del sistema quando accettiamo la pillola dal medico senza chiederci il motivo del nostro male che ci imporrebbe di cambiare stile di vita. Siamo complici del sistema quando mangiando una bistecca contribuiamo ad affamare il Terzo Mondo, a bruciare le foreste, ad inquinare la natura, a incrementare la violenza verso gli indifesi.

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