Contro quale guerra abbiamo protestato?

Eravamo in tanti a dire no alla guerra, a gridare il nostro rifiuto alla violenza. Ma dire no ad un male serve a poco se non si combattono le cause che lo generano. La guerra, come la malattia, non è la causa ma l’effetto di un male profondo e diffuso: è la sommatoria della disarmonia che ognuno alimenta con il suo disinteresse ed il suo personale egoismo. Allo stato attuale l’umanità è come un ubriaco che guida l’automobile in una sala piena di cristalli e invece di mettere al bando l’alcol si cerca di rendere gli oggetti infrangibili.

Si dice che la guerra germoglia sul terreno dell’ingiustizia, della disperazione e della miseria, ed è vero, ma non è solo questo. I popoli del benessere non hanno eliminato dalla loro realtà sociale la violenza ed il crimine.

Se per assurdo ogni essere umano avesse domani da che vivere da nababbo dopodomani l’umanità sarebbe nella medesima situazione di oggi, perché è la coscienza degli uomini che è malata e se non si interviene sulla sfera morale attraverso programmi di formazione, gli individui resteranno profondamente insaziabili e sempre capaci di generare delitti. Un animale affamato uccide la sua preda per nutrirsi, perché da questo dipende la sua vita, ma una volta saziato non ha più motivo di essere aggressivo. Non è così, purtroppo, per gli esseri umani, a meno che non siano educati fin dall’infanzia al rifiuto incondizionato della violenza.

A parte sporadici pazzi criminali e venditori di armi, nessuno vuole la guerra. Il 99% dell’umanità non vuole la guerra. Nessun individuo saggio ed equilibrato può volere questo male, il peggiore in assoluto. Eppure la terra è disseminata di guerre perché nel corso della storia non c’è mai stata la vera volontà politica di educare la gente alla fratellanza universale, all’aiuto reciproco, alla condivisione, al dialogo, al senso critico, alla cultura del dubbio. Ma non conviene ai potenti che sia abolita la legge del più forte.

È vero che quando un feroce dittatore non vuole sentire la voce della ragione è necessario impedirgli di nuocere per cercare di scongiurare mali peggiori, ma la soluzione non deve mai, in alcun modo, coinvolgere vittime innocenti. È altrettanto vero che anche in una ipotetica dimensione paradisiaca ci saranno sempre schegge impazzite: ma se le popolazioni fossero educate ai principi del diritto e della vera democrazia, la scelta dei capi cadrebbe su individui capaci di operare per l’esclusivo bene loro popolo, non per capacità strategiche, economiche o politiche.

L’aspetto più pericoloso sta nel meccanismo innescato del benessere economico al quale le popolazioni abbienti non intendono rinunciare, anche a costo di improvvisarsi predatori a danno dei più deboli.

La sola speranza per il genere umano di abolire la violenza, le ingiustizie e la guerra è quella di educare le popolazioni ai valori fondamentali della vita. Finché ogni Stato non s’impegnerà a curare la formazione morale dei suoi cittadini, per dare specialmente alle nuove generazioni una mentalità di pace, di giustizia, di condivisione, di valorizzazione delle differenze culturali, di rispetto, di onestà non sarà possibile realizzare un mondo senza guerre.

Ma la cultura della pace non si improvvisa. Non basta dire “pace,” “giustizia” se non si rende l’animo umano capace di incarnare questi principi. La pace è il risultato finale di un processo educativo ed evolutivo della sfera morale, civile e spirituale di un popolo. A mio avviso solo l’amore può liberare l’umanità dalla violenza, dalle ingiustizie e dalla guerra, ma questo deve essere insegnato a scuola con lo stesso impegno, anzi maggiore, con cui vengono insegnate le altre discipline scolastiche. Dal cuore umano nasce infatti ogni bene ed ogni male. L’amore dorme nella coscienza di ognuno in attesa di essere legge di vita.

Le guerre ci saranno finché ci saranno persone disposte ad uccidere, ma l’amore prima o poi avrà il sopravvento, perché è nell’ordine naturale delle cose. Sta a noi accelerare i tempi della sua attuazione.

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